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Un atto di guerra
2 giugno 2010, 10:51
Filed under: Internazionale

Andrea Tornago


Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la Nato e quasi la totalità degli stati sovrani chiedono a gran voce ad Israele di «fare chiarezza» su quanto accaduto nella notte tra il 30 e il 31 maggio nelle acque internazionali al largo della Striscia di Gaza, con un’inchiesta «rapida, imparziale, trasparente e credibile». Ma l’attacco israeliano alla nave della Freedom Flotilla, che ha provocato almeno nove morti tra i passeggeri (la verità è che non si sa ancora nulla delle vittime e le stime oscillano tra le nove e le diciannove persone uccise), non è assimilabile a un tafferuglio scoppiato tra due contendenti dei quali non si sa chi abbia provocato per primo; la determinazione esatta delle circostanze dello scontro è, ai fini della sua valutazione, del tutto ininfluente.

Un’imbarcazione battente bandiera turca è formalmente, e a tutti gli effetti, territorio turco. Per di più se fendente acque internazionali, ha piena sovranità e non può essere abbordata e dirottata se non nell’ambito di una specifica operazione di polizia. Il comandante della nave ha il diritto – se non il preciso dovere – di difendersi e di non consegnare il timone della nave e la sala macchine in mano ad estranei. Quando una nave viene attaccata da persone armate facenti capo ad associazioni criminali, a gruppi politici o terroristici, si tratta di un atto di pirateria. Ma quando l’attacco è sferrato da soldati dell’esercito di un altro stato sovrano, siamo di fronte a un atto di guerra.


L’attacco alla nave turca è dunque valutabile a priori, semplicemente analizzando gli accadimenti alla luce del diritto, senza alcun bisogno di un’inchiesta, per quanto trasparente o indipendente. Questo aprirebbe, però, scenari di grave instabilità ed innescherebbe un conflitto di portata internazionale.

La Turchia fa parte della Nato, che all’art. 5 del suo dettato specifica che un attacco armato contro una delle nazioni alleate «deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l’uso della forza armata».

Dovrebbe allora scoppiare la guerra tra la Nato e Israele? La possibilità è remota e nessuno se lo augura. Anche l’Alleanza Atlantica non detiene il diritto supremo alla risoluzione delle controversie internazionali, che spetta invece, dal 1945, alle Nazioni Unite. E quindi dovrebbe forse l’Onu inviare le sue truppe per una missione di peace enforcing in Israele, rimuovendo il blocco navale imposto alla Striscia di Gaza? Altro scenario puramente teorico, poiché allora lo stato di Israele dovrebbe essere ridimensionato entro i propri confini legittimi che risalgono a prima della «Guerra dei sei giorni», uno Stato Palestinese autonomo e sovrano dovrebbe sorgere nell’area, il Muro che strangola i territori occupati dovrebbe essere abbattuto, restituendo vita e dignità al popolo palestinese.

Lo so, è tutta fantascienza, fanta-geo-politica. Ma è insopportabile che i diplomatici di tutto il mondo e gli organismi militari e politici internazionali si muovano già sulla base dei dati di fatto, che raccontano una situazione stravolta e illegale, anziché in ossequio alle leggi e alle procedure che regolano la loro stessa ragion d’essere. Un atto di guerra è un atto di guerra. Chi lo compie se ne assuma la responsabilità, o chieda scusa e si offra di riparare all’errore, per quanto possibile. Ma si smetta di fingere di non sapere cos’è successo.

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