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On violence. L’Italia e la questione nonviolenta nel vuoto della politica

On violence

Uno degli interrogativi più angoscianti in Italia – per qualcuno è diventato addirittura un’ossessione – è se i movimenti sociali rivendichino o meno la violenza come modalità d’azione. Ci torna oggi il Corriere della Sera, in occasione del decennale delle giornate del G8 di Genova 2001.

Corriere della Sera, IL G8 DIECI ANNI DOPO..., Marco Imarisio 22-07-2011

Corriere della Sera, IL G8 DIECI ANNI DOPO..., Marco Imarisio 22-07-2011

Marco Imarisio, nel suo Il G8 dieci anni dopo. La violenza di Genova e la nuova rabbia «greca», assegna correttamente Genova a una storia recente ormai già stratificata, chiusa. Non che non vi siano numerose «linee di presente» tracciate proprio a partire da Genova, ma quelle che sono giunte fino a noi hanno seguito un’altra direzione e percorso un’altra via.

L’«era Bush», la «guerra infinita» teorizzata e praticata da Donald Rumsfeld e Paul Wolfovitz, hanno seguito un percorso conflittuale ma parallelo alla scelta (fu davvero tale?) della nonviolenza e della pace operata dal movimento. Due strategie opposte ma speculari, nate dalla medesima direttrice storica Genova-8 settembre 2001.

Il movimento contro la guerra in Iraq (una delle «due superpotenze mondiali», secondo un celebre articolo di Patrik Tyler apparso sul New York Times il 17 febbraio 2003) raggiunse il massimo livello di protesta etica e civile, in nome di una riappropriazione della sfera politica a livello mondiale. Ma fallì. La guerra si fece, continua tuttora.

Pochi hanno riflettuto sul significato di quel «ritorno a casa». Vuol dire che negli ultimi anni si è persa anche solo la speranza di poter cambiare le cose («un altro mondo è necessario, ma non è possibile»). E nella crisi economica, che è sempre anche politica, culturale e sociale, la violenza sta guadagnando terreno come risposta all’impotenza.

La violenza degli scontri in Grecia ad Atene

La violenza degli scontri in Grecia ad Atene

«Black bloc è ormai il ragazzo laureato che al bar sta dietro la macchinetta del caffè e si sente “fottuto” … La crisi economica sta producendo una rabbia greca», scrive giustamente Imarisio. Ma non saranno certo, come egli auspica, «gli ex leader del vecchio movimento no global» a poterla fermare, spiegandone le conseguenze ai giovani di oggi in un -improbabile- afflato paternalistico. Bisognerebbe avere il coraggio di pensare alla violenza non come a un’opzione da condannare o da promuovere ma come a un dato di fatto.

Chiomonte in Val di Susa e gli scontri del 14 dicembre 2010 a Roma segnano, come abbiamo già provato a dire, la cartografia di un cambio di passo, di una nuova «modalità espressiva» dei conflitti sociali nel nostro Paese. Quella della disperazione. Nella storia, congiunture come quella che stiamo attraversando, con una crisi economica e un tale vuoto politico, hanno portato a rivoluzioni o a dittature.

Ed è proprio questo il pericolo che ci insidia: faremo una rivoluzione (quel «doloroso riscatto» per il popolo italiano che invocava Mario Monicelli) oppure scivoleremo nell’abisso della violenza e della risposta autoritaria? Ma per fare una rivoluzione occorre costruire e possedere ciò che ormai da anni abbiamo perso: il potere, come «capacità umana di agire di concerto», secondo la definizione di Hannah Arendt.

Purtroppo il concetto di violenza in Hannah Arendt sembra descrivere perfettamente l’orizzonte che si sta aprendo in questo decennale di Genova: una perdita diffusa e trasversale di potere che incoraggia la sua sostituzione con la violenza, sul cui piano comunque «il governo ha sempre una superiorità assoluta».

Andrea Tornago

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