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Incubo radioattivo nei rubinetti di Brescia

Il pericolo radioattivo nell’acqua di Brescia

Un veleno silenzioso e immortale minaccia di inquinare per sempre la falda da cui attinge l’acqua una delle città più ricche del Paese.

Scarica il .pdf dell'inchiesta del Manifesto (28-10-12): "Incubo radioattivo nei rubinetti di Brescia"

Scarica il .pdf dell’inchiesta del Manifesto (28-10-12): “Incubo radioattivo nei rubinetti di Brescia”

Sotto un sottile strato di terreno, nascosti e dimenticati in una cava dismessa alle porte di Brescia, riposano 2mila metri cubi di scorie nucleari che rischiano di entrare in contatto con le acque del sottosuolo.

Ex cava Piccinelli di Brescia (foto Luca Caniato) CCLicence

Ex cava Piccinelli di Brescia (foto Luca Caniato) CCLicence

Sono polveri di fusione dell’alluminio contaminate dal Cesio 137, un sottoprodotto della fissione nucleare che continuerà a emettere radiazioni per i prossimi 300 anni.

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Come siano arrivate nel cuore della Lombardia è una vecchia storia di cui la popolazione non sa nulla, ma che gli imprenditori dell’acciaio e i funzionari pubblici conoscono e custodiscono nel segreto. Succedeva spesso dopo il crollo del Muro, quando il gioco era accaparrarsi a tutti i costi i rottami convenienti dell’ex Unione Sovietica e nei consigli di amministrazione delle acciaierie bresciane cominciavano a sedere misteriosi intermediatori dell’Est Europa.

Erano i primi anni ’90, in piena Tangentopoli, e forse bisognava far sparire la scomoda eredità di un incidente radioattivo provocato da una partita di alluminio contaminato: qualche trafficante senza scrupoli ha scelto una cava dalla storia oscura, già colma di rifiuti speciali pericolosi e tossico-nocivi, l’ex cava Piccinelli.

Un buco di 4 anni. Gian Paolo Oneda, il geologo dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa), non nasconde la sua preoccupazione. Tra i tanti isotopi radioattivi, il Cesio 137 è quello più solubile. Come se non bastasse, il sottosuolo nei pressi dell’ex cava Piccinelli è «un acquifero unico», senza strati d’argilla a protezione della falda profonda, da cui pescano l’acqua i pozzi dell’acquedotto. Se il Cesio 137 si sciogliesse nelle acque non vi sarebbero barriere tra l’acquedotto della città, gestito dalla multiutility A2A, e la massa delle polveri radioattive. 

«Le ultime analisi sulle acque di falda hanno confermato l’assenza di radioattività», assicura il direttore dell’Arpa di Brescia Giulio Sesana. Ma cosa possa essere accaduto negli anni scorsi non sa dirlo nessuno, perché mancano i dati. C’è un buco di 4 anni nei campionamenti, tra il 2007 e il 2011, proprio nel momento in cui la falda di Brescia è risalita di 4 metri. Tanto da costringere l’Agenzia per l’ambiente nel 2011 a lanciare un allarme agghiacciante: «Non si può escludere che la contaminazione radioattiva sia stata ormai sommersa dalle acque sotterranee». Ora i calcoli, basati sui dati di una discarica vicina, dicono di no. Per pochi centimetri.

Una zona radioattiva allagata all'ex cava Piccinelli di Brescia (foto Arpa Lombardia)

Una zona radioattiva allagata all’ex cava Piccinelli di Brescia (foto Arpa Lombardia)

Ma la minaccia più grave, più che dal sottosuolo, potrebbe venire dal cielo. I teli in Pvc posati sul piazzale dall’Enea nel 1999, che servivano a evitare che l’acqua piovana si infiltrasse nel terreno, a distanza di 15 anni sono diventati così fragili che «basta toccarli perché si frantumino». Erano pensati per durare al massimo due anni. E siccome l’acqua scorre ormai anche sotto i teli, sul terreno radioattivo sono cresciuti alberi ad alto fusto che hanno riempito di sedimenti l’unico pozzo di scolo delle acque: rami e foglie di piante che non sarebbero mai nemmeno dovute crescere. E che nessuno si è curato di togliere. Un pericolo «concreto ed attuale» secondo i tecnici della Regione Lombardia, che potrebbe avverarsi in qualsiasi momento.

A un passo dal disastro. La manutenzione e la bonifica del sito spettano al Comune di Brescia, ma la giunta di Adriano Paroli (Pdl-Lega), che in quell’area sognava di costruire il nuovo stadio, ha lasciato che la situazione arrivasse a un passo dal disastro. Ormai basta una pioggia un po’ più intensa perché le zone radioattive rischino di rimanere sommerse proprio nel punto in cui la contaminazione è maggiore: appena sotto i teli, dove le polveri raggiungono 1.055.000 Becquerel/kg (più di mille volte oltre il limite di legge per i terreni).

Una situazione che ha spinto l’Asl a chiedere al sindaco di mettere subito in campo «ogni intervento d’urgenza a tutela della salute pubblica» dei suoi 200mila concittadini: ma il sindaco di Brescia, ex parlamentare del Pdl, ha affidato una consulenza da 9mila euro a uno studio legale milanese affinché trovi il modo di cavarlo dall’impaccio ed evitare una bonifica di «qualche milione di euro».

Agli ultimi incontri in Prefettura è stato chiesto l’intervento dei tecnici dell’Ispra, l’ente di ricerca del Ministero dell’Ambiente, che sull’argomento mantengono il massimo riserbo. Brescia, che già vive a contatto con l’inquinamento chimico da diossine e Pcb causato dall’industria «Caffaro», sembra non volerne sapere di questo ennesimo allarme ambientale. Ma anziché con un nuovo stadio, domani la città potrebbe risvegliarsi nel bel mezzo di un incubo radioattivo.

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UN PERICOLO «CONCRETO E ATTUALE» PER LA GENTE. Le sorti della seconda città della Lombardia dipendono da un pozzo di scolo intasato. L’area radioattiva abbandonata dell’ex cava Piccinelli a Brescia, secondo l’Agenzia regionale per l’ambiente, rappresenta un «pericolo concreto ed attuale» per la popolazione. Nel 1999 la Nucleco, società della Sogin (l’azienda pubblica che ha in gestione l’eredità del nuclare italiano) aveva posizionato dei teli sulle aree contaminate per scongiurare la diffusione della radioattività alla falda acquifera. «Dopo oltre 15 anni – si legge in una relazione dell’Arpa del maggio 2012 – i teli si sono ormai sollevati e l’acqua scorre sotto e sopra la copertura», per finire poi «in un pozzo perdente pieno per circa un metro di sedimenti». Quindi l’acqua che non defluisce ristagna sulle aree radioattive. «Negli ultimi 10 anni – scrive il geologo dell’Arpa – almeno una volta una delle aree a maggior contaminazione dovrebbe essere andata sott’acqua». Il dottor Fabrizio Speziani dell’Asl di Brescia, cui compete il controllo sulla potabilità delle acque, alla domanda se vi sia radioattività nell’acqua della città ha dichiarato: «Il nostro laboratorio non è in grado di cercare la presenza di radionuclidi». (A. Tor.)

Un varco nella recinzione del sito radioattivo (CCLicence)

Un varco nella recinzione del sito radioattivo (CCLicence)

ALTRO CHE STADIO. Come e quando siano arrivate le scorie radioattive all’ex cava Piccinelli di Brescia è un mistero che si perde nei meandri di Tangentopoli e dei traffici di rifiuti degli anni ’90. La bonifica dell’area, contaminata da 2mila metri cubi di polveri di Cesio 137 interrate in buche profonde anche 5 metri, pare non abbia precedenti tecnici. Per questo negli ultimi 20 anni le amministrazioni comunali, anche di centrosinistra, hanno cercato di arginare il rischio rimandando la bonifica (stimata sui 10 milioni di euro). Ma con l’arrivo nel 2008 della giunta Pdl-Lega guidata da Adriano Paroli ogni monitoraggio si interrompe. Su quell’area pendeva il progetto di costruzione del nuovo stadio («il più bello d’Italia» secondo il sindaco Paroli), di un polo logistico e di alcune strutture alberghiere. Tra il 2008 e il 2011 non risulta negli archivi comunali alcun atto relativo all’ex cava. In quegli anni spariscono i cartelli di pericolo insieme a due dei quattro piezometri (pozzi di rilevamento della contaminazione delle acque) fondamentali per capire se il Cesio sia finito, in passato, nella falda. I comitati che chiedevano spiegazioni sono stati minacciati di querela per «procurato allarme». (A. Tor.)

il manifesto, «Incubo radioattivo nei rubinetti di Brescia», 28-10-12

Andrea Tornago

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